Martino Liva (IBVA): «La scuola è tutto»

“Un’ora di lezione può cambiarti la vita”, scriveva Massimo Recalcati, in un bel volume dedicato alla bellezza e alle fatiche dell’insegnamento (L’ora di lezione, Einaudi). Eppure, difficile negare come la scuola sia oggi ancora una “povera scolaretta che vivacchia” (la definì così la giovane costituente Bianca Bianchi, a Montecitorio, nel luglio 1946) incapace di parlare lo stesso linguaggio dei nativi digitali e in difficoltà nell’aprire finestre sul mondo.

Se guardiamo alla scuola e ai suoi problemi con le lenti della governance cittadina sorgono innanzitutto due temi. Il primo, il rapporto tra processi di frammentazione cittadina e composizione delle classi. Se andiamo indietro di vent’anni ricordiamo le scuole pubbliche del centro città così ricche di un mix sociale che è stato fonte di crescita per generazioni di studenti.

Oggi la gentrificazione di molte zone generate dal caro-affitti e dal turismo massivo spinto dai guadagni importanti dello short-rent ha espulso da alcuni quartieri un pezzo di classe media/medio-bassa, che pure era presente. Spopolamento di pezzi di città (si pensi a Brera), denatalità e processi di segregazione urbana, si riflettono sulla scuola e creano classi numericamente scarse in certe zone del centro (un tempo molto più residenziali) e altre, in altre zone, extra-large con quasi solo figli di stranieri. E, di riflesso, si genera il fenomeno del “white flight”, vale a dire la scelta degli italiani residenti in zone ad alto tasso di immigrazione di iscrivere i figli in scuole diverse da quelle di quartiere (non essendo impedito farlo, come accade in Francia o in Germania).

Il secondo, riguarda lo sforzo che Milano, città della conoscenza spesso all’avanguardia, può fare per sopperire al calendario scolastico sempre più desueto, che lascia gli studenti “a spasso” per quasi tre mesi. Il problema è noto: la maxi-vacanza estiva delle scuole crea disagi familiari (la famiglia monoreddito in cui uno dei due genitori può stare al mare con i figli mentre l’altro lavora in città è una rarità), difficoltà nella ripresa di settembre (il fenomeno del “learning loss”), aumenta le diseguaglianze tra studenti. Alcuni hanno i mezzi e la cultura familiare per un’estate di esperienze diversificate, altri no, come è stato oggetto di analisi in un recente incontro pubblico negli spazi di Fondazione IBVA, realtà milanese del terzo settore impegnata su vari fronti, tra cui il sostegno scolastico ai ragazzi stranieri e italiani con background migratorio.

Ecco, qui può innestarsi un Comune che desidera innovare e fare un patto con i suoi studenti. Quando lo Stato chiude le scuole “per ferie”, la città può attivare quei “terzi luoghi” (un parco, una biblioteca, un centro culturale, un centro sportivo, un progetto di volontariato) dove accogliere, seguire, accompagnare, responsabilizzare, valorizzare quegli studenti che restano in città e stanno per strada. Può provare a farlo in modo sistematico, in collaborazione con gli insegnati, esigendo fondi statali, coordinandosi con il terzo settore cittadino. L’idea che quando si chiudono le scuole si apre la città per gli studenti, è forse un piccolo sogno, cui Milano potrebbe dare credito e fare da capofila.

[Martino Liva è membro del Consiglio di Amministrazione di Fondazione IBVA. L’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, edizione Milano, il 26/04/2026, p. 1]

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