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Linee di orientamento per le attività del 2017/18

Gesti e cultura dell’accoglienza

 

Il tempo che stiamo attraversando è certo drammatico. Non tira una bella aria. La violenza e le distruzioni di cui siamo quotidianamente spettatori ingenerano una tale stanchezza che finiamo per non volerle più vedere, per rassegnarci a lasciarle capitare, purché altrove. Ne abbiamo abbastanza.

Ma questa violenza, che capita di continuo rendendoci dunque sempre più deboli e inetti, non succede solo al di là del mare. E quando il male esplode sotto le porte di casa, la paura rischia di trasformarsi in rancore, in desideri di giustizia anche sommaria, purché venga ripristinata una ragionevole sicurezza, che sembra ormai il valore supremo cui siamo disposti a sacrificare anche la giustizia e la libertà (nostra, oltre che altrui). Rancore o rassegnazione sembrano dominare tra i sentimenti che serpeggiano tra di noi. Poca pietà, perché pensiamo ormai che di pietà si può anche morire.

Nel nostro Paese poi molte spinte che sorgono per contrastare la barbarie finiscono per venire assorbite e rilanciate con un linguaggio indegno dell'umana convivenza, tramite espressioni che parlano solo di esclusione e odio.

Sangue e morte di là e di qua del Mediterraneo, sangue e morte nel Mediterraneo. Tanto più dopo che molte ONG sono state coinvolte in una campagna denigratoria che ha fatto dei salvataggi in mare – condotta sancita dal diritto internazionale, e quindi universalmente riconosciuta da tutti gli Stati – un atto criminale.

E così monta un clima poco sereno, di ostilità di tutti contro tutti. Possiamo assistere ad episodi di aggressione nei confronti di persone di colore o di immigrati che sono corsi da noi sperando di migliorare le loro condizioni di vita, non per peggiorare le nostre. E a fronte di reati di violenza commessi da immigrati, sentiamo risuonare l'eco della tortura e della pena di morte.

Ma non è tutto così. No, l'aiuto nei confronti di chi è in difficoltà continua, ed è continuato nel corso dell'estate. Abitare solidale – ad esempio - non chiude mai. A Milano sono stati aperti luoghi di accoglienza per l’estate ove migliaia di persone hanno potuto trascorrere qualche ora di serenità. Esiste ancora un residuo di welfare che consente ad anziani e bimbi di venire considerati nei momenti di maggiore bisogno.

 

E noi, che fare?

Dobbiamo pensare ed agire a partire da quello che succede.

Noi non siamo al riparo da paure e da sentimenti ambivalenti; siamo dentro questo contesto e lo soffriamo fino in fondo. Noi siamo anche in terra di frontiera, una frontiera tra diversi mondi: tra la cultura dell’accoglienza e quella del respingimento, tra la cultura nostra, quella in cui siamo tutti cresciuti e di cui apprezziamo i grandi valori e le culture che altri ci portano, che ancora non conosciamo, se non –sovente – per i “precipitati” negativi.

Ciò detto, credo che abbiamo una sola via: quella di battere di nuovo la strada dell'accoglienza.

Il nostro è un cammino che tutti, e ciascuno nel suo modo particolare, personale, originale, abbiamo contribuito a individuare e costruire. Non un sentiero preso per caso. Da anni abbiamo avviato pratiche e riflessioni in questo campo: identità, appartenenze, diritti, accoglienza, riconoscimento. Voci che risuonano nelle nostre orecchie perché qui sono già suonate più volte.

Bene, ora mi pare sia importante continuare su questa strada, affiancandoaigesti di accoglienzae di riconoscimentouna cultura dell'accoglienza, una cultura della reciprocità e dei diritti.

La cultura dell'accoglienza: è un’esigenza che emerge da una duplice consapevolezza e da un più forte impulso alla circolazione di pensieri e di incontri tra le culture, i modi di pensare e di fare, i modi di essere.

La consapevolezza. Quello che facciamo lo facciamo anche e proprio perché sta succedendo quel che succede. Perché alle persone che entrano in contatto con noi desideriamo far sperimentare cosa significa una relazione pacifica di reciprocità; devono vivere sulla loro pelle, attraverso le loro mani e i loro occhi, che la convivenza è possibile. Perché solo se è possibile vivere una relazione solidale, le violenze sono rigurgiti contenibili. Ebbene, noi sappiamo che in questi mesi sono in gioco le vite di milioni di migranti che provengono dall'Africa e dalle più varie parti del mondo (e che se non attraversano più il mare è solo perché vengono trattenuti in luoghi che assomigliano troppo a campi di concentramento al di là del Mediterraneo). E già ce ne sarebbe a sufficienza per scegliere di continuare con rinnovata passione quel che facciamo da tempo.

Eppure – seconda consapevolezza - qui si tratta anche d'altro. Si tratta anche di noi: quale umanità vogliamo incarnare, quale umanità intendiamo proporre ai nostri figli, a quale contesto di convivenza intendiamo appartenere, di quale società vogliamo far parte. Qui ne va però non solo della nostra socialità, ma di noi stessi come individui: qui si tratta di quale responsabilità ci assumiamo nei confronti della nostra vita, dei nostri concittadini, o se preferite dei nostri fratelli. Quale modello di relazione intendiamo praticare, quale posto assegniamo alla solidarietà nella nostra vita: nel progetto e nelle pratiche esistenziali di ciascuno di noi. Scrive A. Camus: “Se gli uomini non possono riferirsi a un valore comune, riconosciuto da tutti in ciascuno, allora l'uomo diviene incomprensibile all'uomo”.

 

Ma cultura dell'accoglienza rilancia anche il grande tema del riconoscimento dell'altro.

Questione tutt'altro che risolta, perché se in molti siamo determinati a riconoscere che una mano va ben data a chi è più sfortunato di noi, non tutti forse riconosciamo in chi tende (materialmente o simbolicamente) la mano un titolare di diritti inalienabili, che se non sappiamo riconoscere finiremo prima o poi per calpestare. Perché il gesto d'aiuto è essenziale, ma per costruire una civiltà occorre anche sancire dei diritti, e cioè dei valori inalienabili delle persone da tutti riconosciuti e condivisi. E noi vogliamo costruire una città dell'accoglienza, perché tutti – adesso e in futuro, noi e i nostri figli – nella città dell'accoglienza stiamo e staremo meglio, con gli altri e con noi stessi. Insomma, non spetta a noi legiferare, ma certo possiamo contribuire a diffondere una cultura dell’accoglienza e dei diritti. Ne trarremo vantaggio anche noi. E’ la solidarietà a rendere più solido il legame con gli altri, a rendere salda la città (così don Bettoni nella giornata del volontariato 2015).

Alla fine, quando ne va dell'altro, ne va sempre un po' anche di noi stessi.

Infine, il nostro orientamento generale, che rimane quello sintetizzato nel pensiero di Martini: Costruire luoghi di conoscenza e convivialità per ottenere, alla fine, una città.

Ecco: un occhio ai nostri gesti e un occhio alla città. Noi non possiamo rinunciare al nostro gesto, ma forse non possiamo fermarci lì.

 

Ma cosa vuol dire cultura dei diritti?

Su questo dobbiamo fare uno sforzo di conoscenza e di comprensione ulteriore. Sarà un po’ il lavoro di quest’anno, mi auguro.

Ma forse dobbiamo fare anche un passo avanti più deciso verso l'incontro, qui da noi, tra ragazzi migranti e italiani: il progetto di letture (Erodoto di Kapuscinski) per ragazzi delle medie e studenti del Manzoni va proprio in questa direzione; così come i progetti di alternanza scuola-lavoro, che coinvolgono studenti italiani delle “scuole buone”, le scuole di prestigio, e i nostri ragazzi del doposcuola e dello spazio studio. La medesima cosa dovremo poi realizzare per Solidando, perché questo servizio non diventi una nicchia da cui gli italiani che hanno bisogno preferiscono stare lontani (“perché lì ci vanno i disperati”). Anche “L’arte come ponte tra culture”, il progetto del FAI cui intendiamo aderire, secondo forme che verranno definite dagli insegnanti, va in questa direzione. E così il lavoro sulle appartenenze e le identità – la cura di sé e della città - e gli altri progetti che abbiamo in cantiere: dal progetto “Le storie sono un’ancora”, agli incontri con le famiglie, alla ricerca sulle seconde generazioni, alle presenze a Bookcity, alla collaborazione con l’associazione “Intercultura” e con la biblioteca Sormani per portare nelle biblioteche comunali nostri corsi di lingua. Infine alla proposta che ci ha rivolto la Chiesa Valdese per incontri interreligiosi.

Una strada già tracciata, che deve diventare – per ciascuno secondo le proprie sensibilità, i propri desideri, le proprie disponibilità – occasione di conoscenza, confronto, crescita. Con la gradualità necessaria. Se perdiamo il filo che unisce queste azioni, rischiamo di perderci nel fare, nel tenere dietro a pezzi che poi divengono frammenti, o forse schegge. Invece è quel che muove, è l’intenzione culturale che riesce a collocare le cose al loro posto, sottolineandone alcune, sfumandone altre. Tutte importanti, ma per ciascuno di noi in modo diverso. Quel che ognuno di noi fa in un piccolo o grande ambito occorre sapere che si ancora in un quadro generale: un quadro che contiene il gesto e diffonde cultura.

In questa prospettiva rientra la proposta, già emersa lo scorso anno, di dedicare alcuni brevi momenti collettivi – all’interno delle riunioni d’equipe – per riflessione intorno a temi interculturali (parole calde?). Così come a questa traiettoria – il gesto e la cultura dell’accoglienza – potremo dedicare la giornata del volontariato.

Questa cultura dell'accoglienza rappresenta allora un po’ l’orizzonte di senso, di valore entro cui collocare le nostre attività, piccole e grandi.