Utilizzando questo sito accetti l’uso di cookie per analisi e contenuti personalizzati. Approfondisci

“Bookcity scuole”- Un’Odissea, a cura del Centro Italiano per Tutti e del liceo Manzoni. Pensieri e immagini

Silvio Cristofalo IV C

Riflessioni finali

Credo che l'esperienza vissuta presso l'iBVA abbia lasciato a tutti coloro che hanno partecipato qualcosa, sotto più punti di vista. Anzitutto una consapevolezza che forse prima mancava: infatti, spesso non si è pronti all'incontro con ciò che non si conosce fino in fondo, e i rapporti che si sono creati tra noi e i ragazzi dell'iBVA sono riusciti a dimostrare che le barriere che separano le persone, tavolta, sono solo muri immaginari – i rapporti umani, in quanto tali, portano alla creazione di quella complicità che mette in moto macchine più grandi di quanto una singola persona possa mai essere. Ed è proprio questa complicità che si è creata, perché in fondo il lavoro di squadra paga sempre: a livello umano si è formato un rapporto di amicizia che ci ha consentito di affrontare questo percorso insieme con il giusto affiatamento – molto importante, infatti, è stata la collaborazione da parte di tutti, perché d'altronde è vero, l'unione fa la forza, e quando si lavora in gruppo ogni gesto è qualcosa di guadagnato, che dovrebbe spronarci a metterci nuovamente in gioco e dare il nostro meglio, ad andare oltre le apparenze e capire che è necessario aiutare il più possibile chi ne ha bisogno, che sia o meno in una squadra, che si trovi dall'altra parte del mondo o dall'altro lato della strada, perchè la bellezza della realtà si trova nelle persone e nei rapporti tra queste, basta cercarla. Ciò che quest'esperienza più di tutto ha dato, oltre a dei bei ricordi, è questa grande lezione di vita e la ancor più grande consapevolezza che, come lo è Ulisse nell'Odissea, il mondo in cui viviamo è multiforme e dobbiamo imparare ad apprezzarlo e ad amarlo proprio in quanto tale, per renderlo migliore e per migliorare anche noi stessi.

In un contesto come quello dell'iBVA si è verificato un vero e proprio incontro tra culture, tra visioni del mondo solo apparentemente distanti, mediate da un testo come quello omerico, portatore di valori e ideali oltre il tempo e oltre le diversità, un dialogo a più interlocutori dove ognuno ha potuto trovare il suo spazio, la sua dimensione, e al tempo stesso allargare i propri orizzonti, raccogliendo il più possibile da un'esperienza che è stata in realtà anche un'opportunità, per scoprire e riscoprirsi; ma non solo questo; perchè in fondo si è trattato anche di un incontro tra ragazzi con pochi anni di differenza, dove si è instaurato un clima di amicizia che ha davvero dato qualcosa in più al gruppo, che ha consentito di portare a termine il nostro obiettivo e di farlo bene: credo che lo spettacolo realizzato abbia in qualche modo trasmesso tutto ciò, in una commistione di emozioni che rende quasi orgogliosi nel dire: “Io c'ero!”.

Per questo, in conclusione, colgo l'occasione per ringraziare a nome di tutta la classe i ragazzi che abbiamo e ci hanno accompagnato in quest'avventura, l'associazione iBVA e, in particolare, Claudia Pozzo, nostra guida in questo percorso.

Possibili frasi da proiettare:

Nella ricerca della verità sii pronto ad imbatterti nell'inatteso, poiché essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente (Eraclito) 

Progetto Genitori

Cinque giovedì dalle 17,45 alle 19,45 presso il Centro Italiano per Tutti ci troviamo per discutere insieme sui seguenti temi:

- il bisogno di autonomia e desiderio di crescere dei figli

- compiti scolastici

- relazioni virtuali in adolescenza: l'uso e il significato dei social media dei nostri ragazzi

- il gruppo di amici

 

16 novembre; incontro sull'orientamento scolastico

14 dicembre 2017

8 febbraio 2018

12 aprile 2018

31 maggio 2018

 

lunedì 26 marzo 2018 ore 17,45-18,45 incontro con i ragazzi

 

Linee di orientamento per le attività del 2017/18

Gesti e cultura dell’accoglienza

 

Il tempo che stiamo attraversando è certo drammatico. Non tira una bella aria. La violenza e le distruzioni di cui siamo quotidianamente spettatori ingenerano una tale stanchezza che finiamo per non volerle più vedere, per rassegnarci a lasciarle capitare, purché altrove. Ne abbiamo abbastanza.

Ma questa violenza, che capita di continuo rendendoci dunque sempre più deboli e inetti, non succede solo al di là del mare. E quando il male esplode sotto le porte di casa, la paura rischia di trasformarsi in rancore, in desideri di giustizia anche sommaria, purché venga ripristinata una ragionevole sicurezza, che sembra ormai il valore supremo cui siamo disposti a sacrificare anche la giustizia e la libertà (nostra, oltre che altrui). Rancore o rassegnazione sembrano dominare tra i sentimenti che serpeggiano tra di noi. Poca pietà, perché pensiamo ormai che di pietà si può anche morire.

Nel nostro Paese poi molte spinte che sorgono per contrastare la barbarie finiscono per venire assorbite e rilanciate con un linguaggio indegno dell'umana convivenza, tramite espressioni che parlano solo di esclusione e odio.

Sangue e morte di là e di qua del Mediterraneo, sangue e morte nel Mediterraneo. Tanto più dopo che molte ONG sono state coinvolte in una campagna denigratoria che ha fatto dei salvataggi in mare – condotta sancita dal diritto internazionale, e quindi universalmente riconosciuta da tutti gli Stati – un atto criminale.

E così monta un clima poco sereno, di ostilità di tutti contro tutti. Possiamo assistere ad episodi di aggressione nei confronti di persone di colore o di immigrati che sono corsi da noi sperando di migliorare le loro condizioni di vita, non per peggiorare le nostre. E a fronte di reati di violenza commessi da immigrati, sentiamo risuonare l'eco della tortura e della pena di morte.

Ma non è tutto così. No, l'aiuto nei confronti di chi è in difficoltà continua, ed è continuato nel corso dell'estate. Abitare solidale – ad esempio - non chiude mai. A Milano sono stati aperti luoghi di accoglienza per l’estate ove migliaia di persone hanno potuto trascorrere qualche ora di serenità. Esiste ancora un residuo di welfare che consente ad anziani e bimbi di venire considerati nei momenti di maggiore bisogno.

 

E noi, che fare?

Dobbiamo pensare ed agire a partire da quello che succede.

Noi non siamo al riparo da paure e da sentimenti ambivalenti; siamo dentro questo contesto e lo soffriamo fino in fondo. Noi siamo anche in terra di frontiera, una frontiera tra diversi mondi: tra la cultura dell’accoglienza e quella del respingimento, tra la cultura nostra, quella in cui siamo tutti cresciuti e di cui apprezziamo i grandi valori e le culture che altri ci portano, che ancora non conosciamo, se non –sovente – per i “precipitati” negativi.

Ciò detto, credo che abbiamo una sola via: quella di battere di nuovo la strada dell'accoglienza.

Il nostro è un cammino che tutti, e ciascuno nel suo modo particolare, personale, originale, abbiamo contribuito a individuare e costruire. Non un sentiero preso per caso. Da anni abbiamo avviato pratiche e riflessioni in questo campo: identità, appartenenze, diritti, accoglienza, riconoscimento. Voci che risuonano nelle nostre orecchie perché qui sono già suonate più volte.

Bene, ora mi pare sia importante continuare su questa strada, affiancandoaigesti di accoglienzae di riconoscimentouna cultura dell'accoglienza, una cultura della reciprocità e dei diritti.

La cultura dell'accoglienza: è un’esigenza che emerge da una duplice consapevolezza e da un più forte impulso alla circolazione di pensieri e di incontri tra le culture, i modi di pensare e di fare, i modi di essere.

La consapevolezza. Quello che facciamo lo facciamo anche e proprio perché sta succedendo quel che succede. Perché alle persone che entrano in contatto con noi desideriamo far sperimentare cosa significa una relazione pacifica di reciprocità; devono vivere sulla loro pelle, attraverso le loro mani e i loro occhi, che la convivenza è possibile. Perché solo se è possibile vivere una relazione solidale, le violenze sono rigurgiti contenibili. Ebbene, noi sappiamo che in questi mesi sono in gioco le vite di milioni di migranti che provengono dall'Africa e dalle più varie parti del mondo (e che se non attraversano più il mare è solo perché vengono trattenuti in luoghi che assomigliano troppo a campi di concentramento al di là del Mediterraneo). E già ce ne sarebbe a sufficienza per scegliere di continuare con rinnovata passione quel che facciamo da tempo.

Eppure – seconda consapevolezza - qui si tratta anche d'altro. Si tratta anche di noi: quale umanità vogliamo incarnare, quale umanità intendiamo proporre ai nostri figli, a quale contesto di convivenza intendiamo appartenere, di quale società vogliamo far parte. Qui ne va però non solo della nostra socialità, ma di noi stessi come individui: qui si tratta di quale responsabilità ci assumiamo nei confronti della nostra vita, dei nostri concittadini, o se preferite dei nostri fratelli. Quale modello di relazione intendiamo praticare, quale posto assegniamo alla solidarietà nella nostra vita: nel progetto e nelle pratiche esistenziali di ciascuno di noi. Scrive A. Camus: “Se gli uomini non possono riferirsi a un valore comune, riconosciuto da tutti in ciascuno, allora l'uomo diviene incomprensibile all'uomo”.

 

Ma cultura dell'accoglienza rilancia anche il grande tema del riconoscimento dell'altro.

Questione tutt'altro che risolta, perché se in molti siamo determinati a riconoscere che una mano va ben data a chi è più sfortunato di noi, non tutti forse riconosciamo in chi tende (materialmente o simbolicamente) la mano un titolare di diritti inalienabili, che se non sappiamo riconoscere finiremo prima o poi per calpestare. Perché il gesto d'aiuto è essenziale, ma per costruire una civiltà occorre anche sancire dei diritti, e cioè dei valori inalienabili delle persone da tutti riconosciuti e condivisi. E noi vogliamo costruire una città dell'accoglienza, perché tutti – adesso e in futuro, noi e i nostri figli – nella città dell'accoglienza stiamo e staremo meglio, con gli altri e con noi stessi. Insomma, non spetta a noi legiferare, ma certo possiamo contribuire a diffondere una cultura dell’accoglienza e dei diritti. Ne trarremo vantaggio anche noi. E’ la solidarietà a rendere più solido il legame con gli altri, a rendere salda la città (così don Bettoni nella giornata del volontariato 2015).

Alla fine, quando ne va dell'altro, ne va sempre un po' anche di noi stessi.

Infine, il nostro orientamento generale, che rimane quello sintetizzato nel pensiero di Martini: Costruire luoghi di conoscenza e convivialità per ottenere, alla fine, una città.

Ecco: un occhio ai nostri gesti e un occhio alla città. Noi non possiamo rinunciare al nostro gesto, ma forse non possiamo fermarci lì.

 

Ma cosa vuol dire cultura dei diritti?

Su questo dobbiamo fare uno sforzo di conoscenza e di comprensione ulteriore. Sarà un po’ il lavoro di quest’anno, mi auguro.

Ma forse dobbiamo fare anche un passo avanti più deciso verso l'incontro, qui da noi, tra ragazzi migranti e italiani: il progetto di letture (Erodoto di Kapuscinski) per ragazzi delle medie e studenti del Manzoni va proprio in questa direzione; così come i progetti di alternanza scuola-lavoro, che coinvolgono studenti italiani delle “scuole buone”, le scuole di prestigio, e i nostri ragazzi del doposcuola e dello spazio studio. La medesima cosa dovremo poi realizzare per Solidando, perché questo servizio non diventi una nicchia da cui gli italiani che hanno bisogno preferiscono stare lontani (“perché lì ci vanno i disperati”). Anche “L’arte come ponte tra culture”, il progetto del FAI cui intendiamo aderire, secondo forme che verranno definite dagli insegnanti, va in questa direzione. E così il lavoro sulle appartenenze e le identità – la cura di sé e della città - e gli altri progetti che abbiamo in cantiere: dal progetto “Le storie sono un’ancora”, agli incontri con le famiglie, alla ricerca sulle seconde generazioni, alle presenze a Bookcity, alla collaborazione con l’associazione “Intercultura” e con la biblioteca Sormani per portare nelle biblioteche comunali nostri corsi di lingua. Infine alla proposta che ci ha rivolto la Chiesa Valdese per incontri interreligiosi.

Una strada già tracciata, che deve diventare – per ciascuno secondo le proprie sensibilità, i propri desideri, le proprie disponibilità – occasione di conoscenza, confronto, crescita. Con la gradualità necessaria. Se perdiamo il filo che unisce queste azioni, rischiamo di perderci nel fare, nel tenere dietro a pezzi che poi divengono frammenti, o forse schegge. Invece è quel che muove, è l’intenzione culturale che riesce a collocare le cose al loro posto, sottolineandone alcune, sfumandone altre. Tutte importanti, ma per ciascuno di noi in modo diverso. Quel che ognuno di noi fa in un piccolo o grande ambito occorre sapere che si ancora in un quadro generale: un quadro che contiene il gesto e diffonde cultura.

In questa prospettiva rientra la proposta, già emersa lo scorso anno, di dedicare alcuni brevi momenti collettivi – all’interno delle riunioni d’equipe – per riflessione intorno a temi interculturali (parole calde?). Così come a questa traiettoria – il gesto e la cultura dell’accoglienza – potremo dedicare la giornata del volontariato.

Questa cultura dell'accoglienza rappresenta allora un po’ l’orizzonte di senso, di valore entro cui collocare le nostre attività, piccole e grandi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordiamo Marco Liva, amico e consigliere dell'iBVA

Gianmarco Liva, consigliere dell'istituto Beata Vergine Addolorata, è scomparso improvvisamente il 26 agosto.

 

 

Se ne è andato tra le sue montagne, in un baleno, là dove, – in cima ad ogni vetta, ad ogni colle – elevava carico di entusiasmo – più ancora che di fatica - un ringraziamento al creato e al suo Creatore: per la meta raggiunta e per la bellezza che poteva ammirare e di cui si sentiva pienamente parte. Ricco di passione e dedizione per l'uomo e per la Terra, Marco ha lasciato un vuoto che stentiamo ancora a concepire, un vuoto che contrasta amaramente con la pienezza delle sue opere di solidarietà, iniziate con passione, seguite con cura, portate a termine per avviarne subito altre, a Milano e in Brasile.

Marco nasce a Milano il 13 marzo 1954 e fin da bambino frequenta l'oratorio di sant'Ambrogio; dopo gli studi e la laurea intraprende un'attività imprenditoriale, sempre attento a chi, intorno a lui, si trova in situazione di bisogno. Conosce Marcello Candia e si lascia coinvolgere nelle sue iniziative in Brasile; viene eletto nel Consiglio Comunale di Milano e nel 2002 diviene Presidente della Fondazione Candia: iniziano così i suoi ripetuti, regolari viaggi in Brasile per curare la costruzione di scuole, ospedali, ambulatori, case di accoglienza – la cui conduzione è affidata a personale del luogo. Nel 2008 entra a far parte del Consiglio Direttivo della nostra associazione e si occupa di sostenerne con passione e personale impegno tutte le iniziative, da Abitare Solidale a Solidando di cui ha curato personalmente la ristrutturazione degli spazi.

 

Marco era colmo di entusiasmo e gioia, di una vitalità pervasiva e coinvolgente. Era animato da una passione vera e profonda per l'uomo: questa forse la sorgente, certo lo scopo e il senso della sua vitalità.

Se, come diceva la filosofa Hanna Arendt, il disegno della vita si può cogliere alla fine, la premura verso gli altri emerge come immediata, evidentissima forma della sua presenza tra noi.

Premura significava per lui attenzione e cura sollecita, pronta. Quando c'era da rispondere a una necessità, a un pressante bisogno, la sua intenzione era di portare immediato aiuto. Soffriva gli indugi, soprattutto quando c'era di mezzo qualcuno che in quell'attesa penava. Questa la sua premura che resta a noi in eredità come guida per il nostro agire.

E poi, possiamo riconoscere la sua sensibilità per il gesto, l'intenzione doveva trasformarsi in immediato gesto, quell’eccesso di intenzione - che era l'essenza della sua straordinaria vitalità - doveva diventare azione, materia concreta e vivente. Un gesto quindi che accompagnava quasi sempre anche il suo parlare, ma il gesto – se trovava l’ origine nel suo bisogno fondamentale di comunicare, di porsi in relazione con l'altro - cercava forse il suo compimento in montagna, dove si esprimeva – nel suo instancabile andare – la sobrietà di un modo di vivere e l'amore per la Terra tutta che consentiva al movimento, al passo, di abbracciarla tutta intera: un amore fedele, totale, un affidamento, quasi un abbandono alla Terra e alla splendida, stupefacente totalità di cui era frammento sentendosene pienamente responsabile. Anche sapendo che la Terra avrebbe potuto distrarsi da quell'amore (del resto, a chi non capita?), e in quell'attimo carpirgli la vita. Marco l'avrebbe amata ancora, per tutto quello che gli ha dato.

 

E in questo messaggio di speranza – anche un piccolo gesto verso chi hai davanti può riconciliare con il Tutto aiutando a completarlo, perché anche il Tutto sembra essere lì, in attesa di un gesto – troviamo che ci ha non solo lasciato un compito, ma anche preceduto lungo una via. Che abbiamo davanti: ardua come una montagna, ma delicata come un piccolo, leggerissimo passo.

 

A Marina, a Martino, Ilaria, Giovanni e Giacomo un grande, forte, affettuoso abbraccio da parte dell’iBVA, e un grazie per averci permesso di condividere la presenza di Marco, un grande dono per tutti.

Continua il Progetto di ricerca con l’Università Bicocca: “Le storie sono un’ancora. La narrazione nella prima infanzia”. Secondo anno di sperimentazione.

Si tratta di un progetto per lo sviluppo delle pratiche narrative nell’infanzia di origine straniera. Vi partecipano studentesse della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Milano Bicocca; si svolge in otto scuole dell’infanzia e nidi di Milano.

 

Altri articoli...

  1. Lo Strillo
  2. home

Sottocategorie