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Il progetto

CENTRO ITALIANO PER TUTTI: Dieci anni di incontri

ACCOGLIENZA, ...

Accoglienza, riconoscimento, reciprocità

Quando, nel febbraio del 2006, abbiamo avviato i primi corsi di italiano per donne immigrate, a Milano vi erano 140.000 cittadini di origine straniera; oggi sono stimati in circa 250.000.

“Anche le mamme a scuola”, così si chiamavano quei corsi: la scelta fu di privilegiare le mamme più giovani, quelle con bambini in età per l’asilo nido o la scuola dell’infanzia, e che proprio per questo avevano possibilità ridotte di integrazione per sé e i propri figli; una fascia particolarmente debole della popolazione immigrata e quindi più esposta alla marginalità, dal punto di vista sociale e individuale.

Due riferimenti certi, già allora: da un lato il bisogno, palese o nascosto, di riconoscere e “ospitare”, e dall’altro le risposte più significative già realizzate altrove, da riprendere e reinterpretare (tra queste, certamente “Casa di tutti i colori”).

Sintesi di questo duplice sguardo fu rappresentata dagli obiettivi che il progetto si diede:

  • avviare l’apprendimento dell’italiano di base. La lingua è dimora ove l’esperienza incontra i significati, rendendo accessibile il mondo: la conoscenza della lingua italiana costituisce il primo elemento necessario per potersi integrare nella nuova realtà e per poter accedere ai servizi e alle opportunità offerte dal nuovo Paese;
  • accompagnare il percorso educativo e in prospettiva scolastico dei figli, attraverso la comunicazione con gli insegnanti e l'istituzione in generale;
  • rispondere al bisogno di informazione e orientamento verso i servizi del territorio;
  • promuovere occasioni di incontro e forme di aiuto reciproco per sopperire al venir meno – nella migrazione – delle reti di sostegno e solidarietà di altre donne amiche o parenti;
  • favorire il mantenimento e la valorizzazione della cultura d’origine: integrarsi significa saper trovare una situazione di equilibrio tra l' adesione alla nuova realtà e il mantenimento e la valorizzazione della cultura di appartenenza, senza dover essere costrette ad abbandonare o negare i propri riferimenti culturali.

Così sono iniziati i corsi e, insieme all’attività didattica, la cura dei bimbi delle donne frequentanti le lezioni di italiano. Un servizio che lega l’altro: senza corsi, non vi sarebbe stato il nido, ma anche senza nido, niente corsi. Nasce un’offerta che fin dall’inizio esprime un modo di vedere l’apprendimento linguistico e l’integrazione. Nel giro di breve tempo, ai corsi mattutini per donne - che si allargano fino a creare l’angolo quotidiano del tè, uno spazio di incontro che precede l’inizio delle lezioni - si aggiungono corsi serali per adulti e attività per ragazzi. L’iniziale progetto “Anche le mamme a scuola” si rimodella e nasce un nuovo servizio: il Centro Italiano per Tutti che comprende, oltre ai corsi e allo Spazio-Bimbi, anche laboratori linguistici e culturali, il doposcuola per i ragazzi e le ragazze delle medie e lo Spazio-studio, per studenti delle superiori.

Ora, a considerare in retrospettiva la decennale attività del Centro Italiano per Tutti, sembrano emergere alcune linee di fondo che via via hanno motivato, orientato, dato forza ad azioni e scelte degli operatori e dei volontari. Possiamo sintetizzarle facendo ricorso a tre termini: accoglienza, riconoscimento, reciprocità. Lungo questa linea abbiamo cercato di muoverci: la linea dell’arco che dà forma al ponte e che traccia la disposizione delle pietre senza le quali, del resto, non vi sarebbe alcuna linea, alcun ponte.

Si tratta di una evoluzione rappresentabile, se vogliamo, con l’immagine dell’albero. Le radici: ossia l’accoglienza che trasmette in nuce tutto quello che poi l’albero saprà trasformare. Il tronco: il riconoscimento delle persone, delle loro storie, dei loro bisogni, delle domande e delle risorse che portano. I frutti: l’apprendimento della lingua, le conoscenze, le relazioni che si instaurano, la reciprocità come forma di un rapporto che si è emancipato dalla subalternità e si propone come risorsa per il contesto. E infine, i diritti: la forma che riconosce l’uguaglianza e lega con una relazione di reciprocità i cittadini.

Nella prospettiva di offrire alle persone che si rivolgono a noi sempre maggiori strumenti di autonomia e di integrazione, la nostra storia ha attraversato queste tre dimensioni ideali e operative: accoglienza, riconoscimento e reciprocità sono sempre stati, nella nostra opera, compresenti, anche se, con il passare del tempo, la consapevolezza è cresciuta e anche gli strumenti a disposizione hanno potuto meglio rispondere a queste tre dimensioni.

L’accoglienza, ispiratrice in particolare delle attività iniziali, diviene caratteristica permanente che si manifesta nelle nostre attività come modo per andare incontro non a un bisogno, ma a chi ha bisogno. Accogliere è diventato per noi un addestramento a misurarsi e a ritrovarsi nei comportamenti altrui e una forma di ascolto attenta ai bisogni che emergono via via soprattutto nelle situazioni di fragilità. Per noi, questa accoglienza ha significato una disponibilità ad ascoltare e condividere tratti di storie individuali e collettive. Ha preso corpo una iniziale raccolta di scritti pubblicati nei primi volumetti del Centro, come un primo passo incontro ai nuovi italiani: Parole nel piatto; C’era una volta. Filastrocche, fiabe e ninne nanne; Un mondo di giochi; Salute e bellezza. Rimedi in pillole dal mondo; Detti e proverbi dal mondo.

La dimensione del riconoscimento prende gradualmente corpo negli anni successivi quando, consapevoli dei bisogni di cui i corsisti sono portatori, cerchiamo di individuare risposte attraverso nuove proposte che ampliano l’offerta formativa. Aumentano i corsi rispetto alle competenze specifiche rilevate all’accoglienza, includendo anche classi di studenti non alfabetizzati in L1; si propongono numerose uscite, laboratori di cucina, incontri con esperti su argomenti rilevanti e specifici quali le tematiche femminili, il lavoro, la salute, le istituzioni cittadine. Per quanto riguarda la scrittura, si passa dai libretti monografici a scritture dal carattere autobiografico: La scrittura delle donne, le mamme si raccontano; Poesie dal mondo; Io in viaggio. Memorie, esperienze, racconti; In viaggio, immagini e storie di cieli, acque e terre … camminate. Un’occasione, quest’ultima pubblicazione, per una comune riflessione sulla condizione di chi viaggia e sul viaggiare come esperienza propria dell’uomo.

Sono gli anni in cui – anche grazie a percorsi formativi specifici per i docenti e gli educatori del Centro - cresce l’esigenza di indagare e comprendere i bisogni formativi dei corsisti: si introduce l’uso sistematico di strumenti di conoscenza e condivisione, quali il Questionario di rilevazione dei bisogni linguistici e il Patto formativo.

La reciprocità riguarda lo scambio paritario, la corrispondenza, la difficile conquista di una simmetria in una relazione inizialmente asimmetrica: di solito chi dà viene considerato superiore a chi riceve. In altre parole: la convivenza. Ecco il tema dei diritti, che esprimono il riconoscimento per una pari dignità e per una pari responsabilità. Sono questi gli anni di sviluppo dei laboratori interculturali nelle scuole e delle scritture a carattere autobiografico ancorate ad alcuni sfondi integratori. In occasione di EXPO 2015, il progetto Il cibo: storie di vita e di Paesi. Storia di popoli ha ottenuto il patrocinio del Comitato Scientifico della manifestazione. Sviluppo di questa linea è rappresentato dal successivo progetto di scritture sui diritti e la cittadinanza: il volume che raccoglie i testi prodotti nelle classi e nei laboratori ha, non a caso, il titolo Accoglienza, riconoscimento, diritti. Cittadini dal mondo. La reciprocità passa anche attraverso spazi riconosciuti di autonomia di proposte e d’azione: i nostri corsisti esercitano i propri talenti, conducendo laboratori artistici e offrendosi come tutor del doposcuola o dello spazio-studio.

Se dunque una linea è rinvenibile a chi intende cogliere l’evoluzione del Centro Italiano per Tutti, il contenuto specifico dell’azione svolta è ovviamente sempre stata la lingua, e per essere più precisi la scrittura. Se inizialmente lo sviluppo della lingua orale è stata la nostra priorità, successivamente la lettura e la scrittura sono le abilità che hanno rappresentato gli obiettivi della nostra azione formativa e di insegnamento: scritture di parole, di pensieri, di sentimenti, di ricordi, scritture di vita. Non solo compito scolastico, dunque, ma scrittura che rigenera identità: si scrive per essere se stessi, ma anche per divenire altro da quel che si è. Scrittura per distinguersi ma anche per tenere insieme, per distanziare ma anche per avvicinare l’esperienza, per descrivere e narrare.

Alla scrittura abbiamo affidato il compito – assai impegnativo e nel contempo straordinario - di proteggere e di accompagnare, di aiutarci a comunicare, a riflettere, a creare significati. La scrittura è divenuta un vero viaggio condiviso, tra frammenti di mondo e tratti di vita. Un’esperienza interculturale. Testimonianze di questo affascinante percorso sono i laboratori di scrittura creativa realizzati negli anni – con la collaborazione de ”La grande fabbrica delle Parole” - all’interno delle esperienze dei Campus estivi per ragazze e ragazzi delle medie e delle superiori.

Nel frattempo è emersa l’esigenza di dotarsi di strumenti sempre più efficaci per rilevare i bisogni dei nostri apprendenti e di uniformare la nostra azione didattica ai più innovativi standard europei in materia di insegnamento dell’italiano L2: ecco la recente adozione del Sillabo per apprendenti analfabeti o scarsamente alfabetizzati in L1, progettato con la consulenza scientifica dell’Università di Bologna. Si tratta di uno strumento che trova significativo campo di applicazione nel corso annuale per donne non scolarizzate, giunto al quinto anno di svolgimento. Ed ecco anche l’adozione di strumentazioni tecnologiche come la Lavagna Interattiva Multimediale, che consente di trasformare la rete in vero e proprio ambiente di apprendimento.

Sono emersi negli anni nuovi bisogni e nuove ragioni a sostegno della frequenza ai corsi: la motivazione allo studio dell’italiano non è più solo di tipo strumentale, ma anche culturale, il che rispecchia un’intenzione di integrazione più consapevole. Sono così nati nuovi itinerari formativi, quali il percorso storico-culturale, il laboratorio di italiano e cucito e le numerose visite guidate a luoghi importanti della nostra città. Si è passati dall’apprendimento della lingua per la sopravvivenza, ossia uno strumento che risponde a bisogni quotidiani immediati, ad una lingua più articolata ed efficace per rispondere a bisogni più complessi.

A partire dal 2013 abbiamo registrato un ulteriore incremento della nostra utenza con l’arrivo sul suolo italiano di numerosi richiedenti asilo, per i quali sono stati organizzati corsi specifici, in collaborazione con i Centri di accoglienza, e per i quali vengono adottati strumenti quali il Sillabo per apprendenti scarsamente alfabetizzati.

Nel frattempo, il Centro Italiano per Tutti è stato affiancato da altri servizi che l’iBVA ha ritenuto opportuno avviare: il progetto “Abitare Solidale” – alloggi per famiglie in emergenza abitativa – e “FareCentro”, sportello legale e di avvio al lavoro. Per la realizzazione di queste iniziative l’associazione si è avvalsa della collaborazione di “Casa della carità”.

TRAIETTORIE PEDAGOGICHE ...

Traiettorie pedagogiche interculturali

Se accoglienza, riconoscimento e reciprocità costituiscono le linee-guida del nostro operare, dal punto di vista pedagogico i percorsi di alfabetizzazione e di formazione linguistica hanno via via messo in luce alcuni tratti che consentono di cogliere l’orientamento generale delle esperienze formative proposte, in chiave di interazione e non di assimilazione.

La prima evidenza è rappresentata dal rapporto indissolubile che si istituisce tra la qualità delle relazioni e la qualità delle conoscenze. Conoscere e convivere sono processi strettamente connessi. La conoscenza è infatti un processo personale e insieme sociale: personale, in quanto ogni conoscenza trae alimento dalla curiosità, dal desiderio personale di imparare, dall’impegno che ogni apprendimento vero comporta, dal riequilibrio cognitivo tra ciò che si sa e quello che è utile, o desiderabile sapere. Ma la conoscenza è anche un processo sociale: nel senso che sempre si conosce a partire da ciò che l’ambiente offre.

Una seconda evidenza è data dalla rilevanza che, in ogni processo formativo, assume il patrimonio culturale di chi apprende e, di conseguenza, dall’importanza di conoscere i bisogni comunicativi degli apprendenti. Si impara sempre e solo a partire, e non a prescindere, da ciò che ognuno già sa, sa fare, si aspetta di imparare. E’ il patrimonio culturale, l’insieme delle aspettative e delle esperienze precedenti, a decidere il destino delle nuove conoscenze. E’ in questo quadro che i corsi, i laboratori, i prodotti finali della didattica hanno sempre fatto riferimento alle diverse culture, alle diverse società, valorizzando attinenze e rimandi – oltre che al nostro Paese – a tutti i Paesi di provenienza delle corsiste e dei corsisti.

Un’altra evidenza è maturata negli anni: la classe come contesto di promozione delle conoscenze e delle relazioni. Il gruppo-classe, lungi dal rappresentare una pura aggregazione di persone raccolte intorno a un esperto, costituisce un ambiente in cui l’apprendimento nasce, cresce ed evolve secondo traiettorie investite di quei significati che agevolano l’evoluzione delle conoscenze e delle relazioni. In questo occorre tener fede a un giusto grado di diversità all’interno dei gruppi: per questo le classi vengono costituite cercando di raggruppare i corsisti per livello e contemporaneamente favorendo una diversità di provenienze e lingue.

Ancora, altra evidenza pedagogica, la linea ideale rappresentata da esperienza – discorso – codice. Abbiamo infatti imparato l’utilità di progettare percorsi che consentano di seguire una traiettoria che privilegi la dimensione discorsiva e di conversazione, per approdare al codice - la grammatica - come occasione di riflessione sulla lingua in uso.

Infine, ma non ultima evidenza: il territorio cittadino come prolungamento dell’aula, quindi come ambiente da esplorare, interrogare, studiare, interpretare insieme – nella classe – per poterlo poi fare anche da soli, in autonomia. Si tratta di occasioni per avviare un percorso di cittadinanza: le visite guidate (Palazzo Marino, Castello Sforzesco, Teatro alla Scala, musei, palazzi e chiese cittadine), gli incontri con esperti di diversi settori (scuola, salute, lavoro), l’accompagnamento ai servizi della città, ai luoghi dove vive la storia, la poesia, la letteratura e l’arte, l’informazione, dove la lingua diventa contesto di cittadinanza, finestra aperta sulle culture.

LINGUA ...

Una lingua ospitale

Nel corso di questi anni abbiamo scoperto che la lingua non è uno strumento indifferente, neutrale, insensibile, astratto: la lingua può accogliere o respingere, aprirci o chiuderci al mondo, consegnarci parole di pace o di guerra. La lingua insomma partecipa della nostra esperienza, vive con noi e ci accompagna nella nostra esistenza. Ecco allora farsi strada un’idea di lingua ospitale, di lingua prossima.

Ma cosa è una lingua ospitale? Come si apprende? Come si insegna?

Certamente, una lingua risulta ospitale se è ospitale chi la parla. Una lingua è ospitale se si insegna in un luogo che sa ospitare tutti, se accoglie le altre lingue, le conosce, rivela e svela vecchi e nuovi significati. La lingua può essere abitazione, alloggio, rifugio, può abbattere le precedenti dimore o accettare di conservarle al suo fianco. La lingua può aprire le porte - come indica il logo del Centro Italiano per Tutti - o chiuderle.

Una lingua è ospitale se sa fare un passo indietro per lasciare un posto ad altri codici, con sensibilità e riservatezza: il linguaggio del corpo, il disegno e la pittura, la tessitura e la cucina, …

La lingua dà parola all'esperienza: il mondo ci viene incontro nelle parole e nelle lingue che parliamo e ascoltiamo. E’ la lingua che trasforma le cose in significati, e sono i significati a dare e tenere in vita la conversazione, a consentire conoscenza e convivenza.

La lingua è ospitale se non ti lascia solo, se ti aiuta ad apprendere e ti include nella comunicazione, se discretamente sa ascoltare e discretamente insegna come dire. La lingua è ospitale se non perde di vista chi non la conosce, abbandonandolo alla solitudine in un oceano di presenze, magari vocianti ma alla fine mute.

La lingua è ospitale se dà la parola e protegge dalla vulnerabilità, se fa da bussola per orientarsi in contesti noti e sconosciuti.

Una lingua è ospitale se accoglie le domande e le storie e mette il codice al servizio del discorso; insomma, quando si immette nel percorso inesauribile della conoscenza e insieme della relazione.

Infine, la lingua di adozione diviene autentica lingua ospitale quando si avvicina alla lingua madre, vera lingua del cuore, del sogno, della pelle e del contatto con il mondo, e si accontenta di tenerle discreta compagnia, conversando con essa.

NIDO E SPAZIO-BIMBI

NIDO E SPAZIO - BIMBI: Un’esperienza di accudimento e cura

L’attività di accoglienza e accudimento di bimbi da 0 a 3 anni nasce nel 2006 contemporaneamente all’avvio dei corsi di lingua italiana per stranieri del Centro Italiano per Tutti (allora chiamato “Anche le mamme a scuola”).

Condotta da un gruppo di volontarie, è attenta risposta nel dare possibilità anche alle donne madri straniere di frequentare un corso di lingua in tempi e orari che possano ben integrarsi con le esigenze famigliari, in un ambiente accogliente e per nulla discriminante.

Tale opportunità ha alcuni scopi precisi.

  • Offrire anche alle donne, che spesso per motivi socio/culturali hanno minori possibilità di socializzazione, di avvicinarsi a un’esperienza che permetterà loro di relazionarsi e di affrontare un mondo nuovo e sconosciuto in modo più sereno e agevole, così da poter usufruire di tutte le opportunità che questo può offrire loro.
  • Offrire un’opportunità ‘anticipatoria’ ai bimbi per confrontarsi tra loro, iniziando anche ad ascoltare più frequentemente una lingua diversa, in un ambiente accogliente e specificatamente pensato per loro, e aiutarli ad affrontare gradatamente il distacco materno, così da essere più sicuri in futuro.
  • Permettere alle volontarie di confrontarsi nello specifico (oltre che tra loro e con le donne straniere) con usi e modalità di accudimento diversi, così da poter realmente costruire un’integrazione basata sulla reciproca relazione, reciprocamente rispettosa.

Per le donne la possibilità di portare con sé i figli piccoli, sapendoli accuditi in ambienti vicini a quelli dove stanno seguendo le lezioni, con la possibilità di stretta interazione con le insegnanti, le volontarie e i bimbi stessi, è veramente fondamentale per la partecipazione ai corsi.

Ora, dopo dieci anni, l’attività non si definisce più ‘Nido’, ma ‘Spazio-Bimbi’. Questo cambio di denominazione forse non è casuale (dovuto al solo fatto che i bimbi accolti, in alcuni casi, hanno anche oltre i 3 anni), ma indica proprio un intenso percorso di crescita e di ‘assestamento’ sempre comunque in divenire.

Il vocabolario indica “nido” come luogo dove si trova riparo e “spazio” come luogo entro cui i corpi si muovono. Così il Nido del Centro Italiano per Tutti è stato accogliente, protettivo e sicuro, ma oggi lo Spazio-Bimbi è in più proprio uno spazio vitale dove crescere, confrontarsi, fare esperienze, entrare in relazione con altri diversi per età e storie. Uno spazio proteso verso il futuro.

E’ questo il senso ultimo dell’impegno delle volontarie dello Spazio-Bimbi: far star bene i bambini in modo che possano vivere serenamente con persone e in un luogo diverso da quelli originari e consueti; in uno spazio che è tanto loro quanto nostro.

Una buona integrazione comincia dai più piccoli e dall’uso della lingua, sia quella d’origine sia l’italiano. Per questa ragione, con la supervisione della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Milano Bicocca abbiamo avviato il percorso di sperimentazione: Le storie sono un’àncora. Si tratta di un progetto di lettura e racconti di storie ai piccoli dello Spazio-Bimbi che intende favorire la familiarità con la lingua italiana fin dalla più tenera età, allo scopo di sostenere l’acquisizione dell’italiano lingua seconda e di valorizzare le situazioni di bilinguismo.

Qualche aspetto operativo

Nel 2006 i bimbi iscritti furono 10, con una frequenza media di 6 e la presenza di 3 volontarie. Oggi gli iscritti sono 25, con una frequenza media di circa 10 bimbi e la presenza di una ventina di volontarie che si alternano nell’arco della settimana.

In questi ultimi anni le nazionalità di provenienza sono state le più varie: dall’Africa (Zambia, Nigeria, Marocco), alla Romania e Moldavia, dal Giappone alla Norvegia (ma in misura decisamente inferiore) per arrivare a una forte prevalenza dell’Egitto.

Lo Spazio-Bimbi segue il medesimo calendario e i medesimi orari dei corsi di lingua. La presenza dei bambini è quindi di due – tre volte la settimana. Le giornate con maggior frequentazione sono quelle che corrispondono ai corsi base e di primo livello.

Da sempre, comunque l’effettiva presenza non è mai assidua, per i più svariati motivi: dalla salute dei piccoli e dei grandi, alla lontananza dall’abitazione e, in alcuni casi, alla difficoltà da parte delle madri ad assumersi un impegno costante. Difficoltà spesso dipendenti da oggettive problematiche, oltre che da scelte personali o legate ai contesti culturali di riferimento. Le volontarie conoscono per la prima volta le mamme e, spesso, anche i bimbi durante le giornate di test valutativi che precedono l’inizio dei corsi. Sono momenti nei quali si compila anche una scheda-questionario specifica per ogni bimbo che permette di apprendere una serie di informazioni utili perché il rapporto con il bimbo sia il più positivo possibile. Con le mamme, e con l’aiuto di una mediatrice culturale, si commentano le regole dello Spazio-Bimbi che vengono consegnate e che sono sempre affisse alla porta d’ingresso. Questi momenti sono fondamentali per iniziare a creare un rapporto di fiducia con la mamma che sarà molto importante per l’evolversi della relazione; pensando anche che forse, prima d’ora, esse non avevano mai lasciato il proprio figlio a persone estranee e non di famiglia. Prima dell’inizio dei corsi viene proposto un periodo di inserimento: alcune mattine utili per conoscere meglio luoghi, persone e materiali; nelle prime giornate di corso, è permesso alle mamme di stare all’interno dello Spazio-Bimbi, per allontanarsene gradatamente dopo un certo tempo. Per creare un clima di accoglienza, di apertura, di reciprocità tra loro e con noi volontarie, è allestito un “angolo del tè”: zona antistante lo Spazio-Bimbi dove le donne, prima dell’inizio della lezione possono, bevendo un bicchiere di tè, socializzare tra loro ricreando, per quanto possibile, una rete di relazioni che forse nella migrazione è venuta a mancare.

Due parole sulle volontarie

Le volontarie sono tutte donne tra i 20 e 60 anni circa.

All’origine il gruppo si è formato attraverso il passaparola, ora anche conoscendo l’attività attraverso il sito internet. Ad esse viene chiesta una disponibilità e una partecipazione possibilmente costanti, compatibilmente alle proprie esigenze, capacità comunicativa e di accoglienza, sensibilità educativa e curiosità, senza mai trascurare attenzione al confronto e riflessione su prassi e punti di vista diversi, per giungere a risultati costruttivi.

Ciò è possibile anche attraverso importanti momenti di formazione e la partecipazione e collaborazione alle varie proposte del Centro, “mettendosi a disposizione e contribuendo alla realizzazione di beni comuni”, cosi come suggerisce la carta dei valori del volontario 2002.